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Schegge di Fantascienza - Migrante clandestino

Racconto di Natale Figura.

MIGRANTE CLANDESTINO
Dal volume di prossima pubblicazione "Schegge di Fantascienza"
di ITALIANFANTASTICBOOKS.



Il vecchio Astrocargo stracarico di larve umane e atavica sofferenza arrancava nello spazio diretto alla sua meta ormai vicina.
Erano passati sei interminabili giorni galattici standard da quando si era imbarcato, povero di crediti ma carico di speranze per un futuro migliore.
Aveva lasciato la sua terra piena di gente ingrata, cattiva, turbolenta e senza lavoro, nella speranza di raggiungere quel vicino Pianeta dove i sogni potevano divenire realtà.

Tutti lo avevano aiutato e incoraggiato a partire.
«Vedrai – gli avevano detto – dove andrai troverai pane e lavoro e giustizia e fratellanza».
Ancora doveva arrivare e già sognava che avrebbe fatto venire anche sua moglie e i suoi figli che, piangendo, lo avevano abbracciato a lungo.
«Coraggio bambini – aveva sussurrato loro tra i capelli ricciuti – papà va a trovare un nuovo mondo pieno di ricchezze e di tante cose buone e presto vi chiamerà a stare tutti insieme in quel Pianeta fertile e benedetto dallo Spirito Galattico».
Li aveva guardati dal piccolo Astrocargo che s’innalzava nel cielo, abbracciati alla sua sposa che, affranta, col braccio alzato, lo salutava. Seria, senza piangere.
La traversata era dura, così stipati, e i milioni di chilometri passavano lenti. Per fortuna non avevano incontrato tempeste solari. Anche loro, altrimenti, sarebbero periti lungo la rotta, come già successo ad altri.

Ed ecco finalmente laggiù, tanto vicino da toccarlo, ma ancora così lontano, un globo azzurrino, evanescente come un miraggio: la Terra promessa.
Tutti volevano vedere, festanti; tutti si agitavano scomposti nell’Astrocargo, gremiti intorno ai decrepiti videfon.
Lo scafista urlò in quel suo galattico ostile, li minacciò col fotofusore e il breve tumulto si acquietò.

Adesso lui, migrante clandestino come tanti lì dentro, era più sereno, aveva la nuova vita a portata di mano. Tra poco avrebbe poggiato i piedi su quella Terra diversa e lussureggiante che lo avrebbe finalmente accolto. Eppure, nel fondo dell’animo una grande nostalgia lo prese stringendogli il cuore in una morsa dolorosa: non sarebbe più tornato nella sua Patria perduta dove aveva vissuto tutta la sua povera esistenza. Lì, dove avrebbe voluto morire, in pace.
Il suo odiato ed amato Pianeta Rosso.

Nella notte stellata di San Lorenzo scintille danzavano in cielo, le Sue lacrime.
La Terra attraversava le Perseidi e le loro scie luminose si susseguivano accendendo i desideri degli innamorati.
Una trapassò rapida il piccolo Astrocargo, creando un nuovo rosso fuoco d’artificio.



(Riduzione in chiave fantascientifica di "Il clandestino" di Natale Figura)
natalefigura@virgilio.it
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Il Portiere di via dei Cipressi 47 - di Alessandro Ruoso

Il Portiere di via dei Cipressi 47
© Alessandro Ruoso

Mi chiamo Alberto e adesso sono il Portiere titolare di un Condominio in via dei Cipressi 47, attività che svolgo dal giorno in cui la Ditta dove lavoravo aveva fatto bancarotta e il proprietario era scappato lasciandoci senza lavoro e senza liquidazioni dall'oggi al domani.
Io ero preso con le ricerche di una nuova occupazione quando mio cognato Andrea, che fa l'Amministratore di alcuni Condomìni, mi disse: «Ti andrebbe di fare il Portiere in uno dei palazzi che amministro?»
Era un bel colpo di fortuna in quel momento di crisi ma non sapevo nemmeno come e cosa fare per cui risposi titubante: «Beh, non so, è un lavoro che non ho mai fatto. Ci sono indicazioni particolari?»
Ero costretto ad accettare la proposta per ovvie questioni economiche ma mi sentivo come un uccello preso al laccio.
«Vedrai che non ci saranno problemi: il Portiere di uno stabile che gestisco andrà in pensione oggi e stavo giusto cercando qualcuno di cui mi potessi fidare per sostituirlo».
«E dove sarebbe il Condominio?»
«Domattina vieni con me e andremo a vedere se ti piace il posto, poi decideremo il da farsi, va bene?»
«Benissimo» risposi io.
Il giorno dopo ci incontrammo al solito bar e partimmo con la sua macchina verso il centro città.
«Eccoci, siamo arrivati». Andrea fermò la macchina e parcheggiò a lato dell'ingresso del Condominio che si trovava al n° 47 della Via dei Cipressi. Mi apparve una vecchia casa, logorata dal tempo e dall’incuria, con un aspetto piuttosto truce... e troppo vicina al Cimitero cittadino.
«Lo stabile è questo, qui potrai trovarti bene, credo: è un posto tranquillo senza quella pazzia che regna nei Condomìni oggi giorno che li rende quasi simili a un Bronx. Non badare all’aspetto esteriore dell’edificio e vedrai che ti piacerà il lavoro». Non so perché ma quelle parole dette in quel modo mi davano un senso di falso convincimento; forse ero io che avevo frainteso la frase e il modo in cui era detta ma c'era qualcosa che non mi persuadeva. E mi sentivo a disagio per la vicinanza del palazzo al Cimitero.
Già il fatto che mio cognato mi avesse trovato così velocemente un lavoro, appena perso il mio e per di più in questa vetusta palazzina di periferia, mi dava da pensare ma “Se ci sono dietro i guai che mi sento nelle ossa, lo scoprirò presto” pensai cercando di non far trapelare il mio principio d'ansia.
Andrea suonò il citofono e disse semplicemente «Sono io».
La porta a scatto automatico si aprì cigolando e subito entrammo nell'androne ampio ma spoglio. In un angolo c'erano delle piante che avrebbero dovuto servire a rendere più bello e meno asettico l’ingresso ma, sincera-mente, mi facevano pena per come apparivano trascurate e con qualche ramo spezzato. Sembrava che fossero state usate come gioco preferito di alcuni bambini che forse abitavano lì.
«Vieni» mi disse Andrea girandosi verso di me impaziente. Lo raggiunsi ed entrammo in una stanzetta vetrata dove c'era una scrivania, una sedia e un monitor per la vigilanza.
Da una porta dietro la scrivania entrò un tizio robusto, di una certa età, capelli brizzolati e baffi e un berretto a visiera in testa con la scritta “Portiere”.
«Ciao Andrea, sei venuto con il sostituto, vedo... Bene!».
In quel momento mi sentivo osservato come una cavia da laboratorio che non poteva sfuggire al suo infausto destino.
«Io sono Gianni, piacere» si presentò, facendo vibrare i baffi.
«Piacere mio, io sono Alberto» dissi, cercando di apparire calmo e tranquillo ma mi si leggeva in faccia che non era così: era tutto talmente nuovo ed era successo tutto così in fretta che mi sembrava di essermi appena svegliato da un sogno.
«Bene, Alberto, non ti devi preoccupare il lavoro è più semplice di quello che sembra e vedrai che in men che non si dica farai tutto automaticamente» disse il Portiere.
«Ok, allora Gianni lo posso lasciare nelle tue mani? Istruiscilo bene e fammi sapere come va. Ci vediamo dopo. Alberto, mi raccomando...» terminò mio cognato Andrea, il quale uscì dalla portineria e si diresse verso la sua macchina.
“Ecco, ora sì che non posso più scappare” sospirai tra me e me, rassegnato al nuovo lavoro.
«Bene, Alberto, cominciamo: in questo Condominio ci sono quaranta appartamenti, in alcuni ci abitano i proprietari, altri sono affittati a piccoli nuclei familiari, altri ancora sono vuoti per vari motivi. Vieni ti faccio vedere il palazzo» espose Gianni. Mise il cartello alla porta «TORNO SUBITO» e mi fece strada verso lo scalone a lato dell'ascensore.
«Una cosa importante, forse l'unica da non dimenticare assolutamente, è di non usare MAI l'ascensore, che tra l’altro non usa più nessuno perché è troppo vecchio. Siccome sei da solo in portineria nessuno ti può salvare se rimani bloccato».
“Salvare?” pensai, lo guardai con aria confusa e un po’ allarmata e «Beh non ci sono problemi, non l’userò, io soffro talvolta di una leggera forma di claustrofobia» dissi a voce forse un po’ più alta del necessario.
«Benone questa tua lieve fobia ti sarà utile nel lavoro, vieni, prendiamo le scale. Sono dieci piani ma non ti preoccupare ci farai il callo, anzi le gambe» e scoppiò in una sonora risata che però non mi tranquillizzò affatto.
Arrivammo all'ultimo piano entrambi con il fiatone. Lungo la salita Gianni mi spiegò chi abitava nei vari appartamenti che incontravamo man mano che salivamo.
Il Condominio sembrava diviso a strati, nei primi tre piani c'erano uffici e studi vari, dal quarto al settimo piano c'erano le famiglie affittuarie e negli ultimi tre piani abitavano i proprietari di alloggi che sembrava avessero preso i piani alti per isolarsi dal caos esterno che regnava nei piani bassi durante le ore d’ufficio.
L’attico al decimo piano però era semivuoto, mi disse, perché non lo voleva prendere in affitto nessuno. Ci stazionava soltanto come guardiana una “Signorina”, aggiunse serio, che non si mostrava mai, anche quando lui bussava per chiederle se avesse bisogno di qualcosa o per consegnare la posta: voleva che gliela passasse dalla fessura sotto la porta. Come vivesse lì dentro non lo sapeva «... e poi non sono affari nostri» concluse.
Guardai il portoncino blindato, solitario nel pianerottolo in cima alle scale, e mi sembrò che vibrasse come se, dietro, qualcuno gli si fosse appoggiato sopra per sbirciare dall’occhiolino. Io sono un po’ apprensivo e la cosa mi provocò un certo prurito alla nuca, mentre ci voltavamo per tornare da basso.
«L’ultimo inquilino vero – continuò a dirmi Gianni scendendo – ha disdetto il contratto per telefono ed è scomparso. Non ha nemmeno pagato le bollette delle quote condominiali. Si dice che “lei” gli abbia fatto non so che cosa...»
Scendemmo le venti rampe di scale e rientrammo nel bugigattolo del Portiere. «Adesso ci vuole un buon caffè, che ne dici?» mi propose Gianni.
«Sicuramente. Potrei avere anche un bicchier d'acqua? Ho la gola secca» risposi.
«Certo, qui ho tutto quello che serve, vieni di là, ti faccio vedere il retro» ciò detto si diresse verso la porta che dava sul retro del gabbiotto, quella da dove era uscito all’inizio.
Da lì si accedeva a un bilocale: una stanzetta che fungeva da cucina arredata con un piccolo tavolo, tre sedie, un televisore portatile, di quelli che si trovano sui camper, con relativa antenna alzata e lettore DVD incorporato e, continuando, una piccola camera da letto con un bagnetto provvisto di doccia. Un appartamentino insomma adatto a uno scapolo o al massimo a una coppia. Le due finestre davano sul Cimitero.
«Ammira! Questo da oggi è tutto tuo, sei contento?» disse Gianni con fare scherzoso e io risposi «Come no, non vedo l'ora di trasferirmici: casa e bottega» e ci mettemmo a ridere di una risata che risuonò falsa. Azionò un’antidiluviana macchinetta automatica a cialde pressate e mi porse in un bicchieretto di vetro un caffè fumante e senza zucchero.
«Complimenti per il caffè» gli dissi dopo aver bevuto quella mezza ciofeca, acquosa e amara.
«O cafè è un’arte e visto che io ho origini napoletane ho imparato i trucchetti del mestiere da giù – si vantò – vedi, devi mettere la cialda del decaffeinato solo dopo aver fatto scorrere un bel po’ d’acqua calda per riscaldare il beccuccio di metallo».
«C'è nessuno?...Gianni?» ci interruppe una voce arrivata dal gabbiotto vetrato.
«Arrivo!» si sbrigò a dire. Mi alzai e lo seguii. Nell’ufficetto c'era un postino con la pettorina gialla fosforescente che frugava nella borsa delle lettere.
«Ehi, Roberto, come va?» salutò Gianni.
«Ah allora ci sei... pensavo che fossi rimasto secco su per le scale stavolta» disse il nuovo arrivato alzando gli occhi.
«Non ancora ma se continuavo come prima davvero ci sarei rimasto... per questo ho preferito andare in pensione ed essere sostituito. Ecco il nuovo, si chiama Alberto». Gianni si scansò e mi rivelò «Lui è Roberto, ricordati che se lo vedi è perché ci sono bollette o brutte notizie per qualcuno del palazzo, quindi è meglio che tu lo veda il meno possibile» e ridacchiò.
«Piacere di conoscerti Alberto – enunciò il postino – tieni conto solo del dieci per cento di quello che afferma Gianni, perché il rimanente novanta per cento sono fregnacce, come diciamo a Roma». «Ah, un derby Roma-Napoli, vedo...» sorrisi stringendo la mano al postino che aveva appoggiato tre buste sulla scrivania. «E tu di che squadra sei Alberto? Non mi dire che sei gobbo».
«Ebbene si sono gobbo e fiero di esserlo» risposi in tutta fretta. «In questi anni ci sta andando male ma torneremo a splendere come un tempo» affermai, rilassato...
«Beh vedremo... nel frattempo vi ho portato un po’ di posta da dare ai vostri cari Condòmini, questa è per la signora Bianchi del quinto piano, questa per il Dottor Salani del sesto e questa è una lettera speciale per la “Signorina” dell’attico» e con un cenno di saluto Roberto si avviò verso il motorino parcheggiato fuori del portone, lasciato spalancato per poterlo controllare.
«Ma all’attico mi hai detto che non c’è più nessuno in affitto, a parte la guardiana che non esce mai» dissi confuso, rivolto a Gianni. «E’ vero – mi rispose – ma la “Signorina” ogni sei mesi riceve una lettera. E allora tocca al Portiere darle la posta e scappare giù per le scale più veloce che si può. Ne va della propria vita!»
Adesso mi era chiaro il motivo per cui avevo potuto trovare quel posto di lavoro così facilmente... ecco dov’era l’inghippo!
‘Grazie cognato!’ pensai tra me e me ingiuriandolo come si meritava. Ma ormai ero preso nell’ingranaggio e mi toccava adeguarmi. E poi avevo realmente bisogno di quel lavoro, tutto sommato poco faticoso, a parte il salire e scendere le rampe di scale invece di usare l’ascensore. Mmmm... dovevo vincere la mia fobia per i luoghi chiusi e angusti.
«Gianni – accennai – ci pensi tu a consegnare la lettera all’attico come TUA ultima azione prima del pensionamento?»
«Non-ci-penso-nemmeno» rispose tutto d’un fiato l’amico.
«Ora tocca a te – aggiunse – come TUA prima azione nel nuovo incarico...» e mi calcò in testa il suo cappello grigio con visiera, con la scritta “Portiere” ricamata sopra.
Mi strinse la mano, afferrò una valigetta già pronta, mi batté sulla spalla a titolo di incoraggiamento, si girò e uscì rapido nell’atrio che percorse veloce scomparendo nella strada.
Ora ero solo nel gabbiotto, con quelle lettere da consegnare.
Rimasi qualche secondo a pensare... presi la lettera per la “Signorina” dell’attico e me la rigirai in mano. L’indirizzo era scritto in inchiostro viola, con una grafia sottile e tremolante che denotava, forse, incertezza. “Alla Signorina dell’attico – via dei Cipressi, 47”, recitava la scritta. Decisi di prendere il tigre per la coda e cominciare da lì, dall’attico.
Mi avviai con le buste in mano verso il cancelletto metallico dell’ascensore. Avevo deciso di ignorare volutamente il suggerimento del mio predecessore per provare a vincere la mia claustrofobia, considerando che la cabina era di metallo traforato e con ampi spazi vetrati. In realtà non mi andava proprio di rifare le venti rampe da dieci scalini ciascuna per arrivare al decimo piano.
L’ascensore si avviò lentamente e con qualche scossone: un metro, due metri, tre metri e poi continuò a salire piano piano. Mi ripromisi di avvisare Andrea, l’Amministratore, quel fetente di mio cognato, per farlo revisionare a dovere.
La cabina si fermò cigolando e dondolando all’ultimo piano.
Uscii lasciando aperto il cancelletto... In fondo dovevo soltanto recapitare una lettera ma mi risuonava nella testa l’avvertimento di Gianni “ne va della propria vita”. Che cosa avesse voluto dire non lo sapevo ma io ci tenevo alla mia vita, comunque.
Con un po’ di apprensione suonai il campanello e il trillo forte si spense pian piano all’interno. Attesi guardandomi intorno mentre un fruscio come di qualcosa che striscia sul pavimento andava aumentando finché il “qualcosa” si fermò dietro la porta. Una sgradevole sensazione di essere osservato dall’occhiolino mi fece desiderare di andarmene subito... e poi il cancelletto aperto dell’ascensore sembrava invitarmi ad entrarvi al più presto per ridiscendere.
Provai a inserire la lettera sotto il portoncino blindato ma un impedimento non mi consentì di usare quel metodo. A un certo punto l’uscio si socchiuse con uno scatto metallico e mi sembrò di intravedere una creatura orrida nelle sembianze, dalla pelle biancastra e squamosa. Si spalancò del tutto e la “Signorina” avanzò verso di me con un ghigno di traverso sulla larga faccia schiacciata e un braccio flaccido e butterato proteso a carpire la lettera che ancora stringevo in mano.
Non so bene come feci ma con un balzo mi ritrovai ansante e coi capelli ritti dentro la vecchia cabina in ferro battuto del vecchio ascensore.
Premetti freneticamente il pulsante per il piano terra.
L’ascensore si avviò proprio mentre quella creatura si affacciava al vetro del cancelletto scuotendolo per aprirlo.
La cabina scese di un metro, di due, di tre e si bloccò tra un piano e l’altro dondolando. Io dentro, con la mia claustrofobia e ancora la lettera stropicciata in mano e... quella cosa là fuori che scuoteva il cancelletto di ferro.
Sono passate dodici ore e sono sempre qui.
Nessuno è venuto a tirarmi fuori.
Quella continua a guardarmi attraverso il vetro.
Se ne esco vivo, giuro di non usare MAI più l’ascensore.


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DALL'ANTOLOGIA "Note di Condominio" a cura di Francesco Martino e Natale Figura. (NARRATIVA - Italianfantasticbooks) lulu.com.
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365 RACCONTI HORROR PER UN ANNO

http://youtu.be/uud4qNcGz-c
 Sabato 14 MAGGIO AL SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TRINO PRESENTAZIONE DELL'ANTOLOGIA "365 RACCONTI HORROR PER UN ANNO". Ci sarann racconti di Natale(Lino, Valeria, Salvo, Maria e Andrea, Lorien87... tutti amici di ITALIANFANTASTICBOOKS)Insomma come a dire che ci siamo fatti onore anche se rappresentiamo la "concorrenza" e un po' la "rottura" con alcuni canoni. La classe però, con molta IMMODESTIA non è acqua.
Salvo
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Migrante clandestino

Migrante Clandestino

Dal volume di prossima pubblicazione "Schegge di Fantascienza"
di ITALIANFANTASTICBOOKS.

Il vecchio Astrocargo stracarico di larve umane e atavica sofferenza arrancava nello spazio diretto alla sua meta ormai vicina.
Erano passati sei interminabili giorni galattici standard da quando si era imbarcato, povero di crediti ma carico di speranze per un futuro migliore.
Aveva lasciato la sua terra piena di gente ingrata, cattiva, turbolenta e senza lavoro, nella speranza di raggiungere quel vicino Pianeta dove i sogni potevano divenire realtà.

Tutti lo avevano aiutato e incoraggiato a partire.
«Vedrai – gli avevano detto – dove andrai troverai pane e lavoro e giustizia e fratellanza».
Ancora doveva arrivare e già sognava che avrebbe fatto venire anche sua moglie e i suoi figli che, piangendo, lo avevano abbracciato a lungo.
«Coraggio bambini – aveva sussurrato loro tra i capelli ricciuti – papà va a trovare un nuovo mondo pieno di ricchezze e di tante cose buone e presto vi chiamerà a stare tutti insieme in quel Pianeta fertile e benedetto dallo Spirito Galattico».
Li aveva guardati dal piccolo Astrocargo che s’innalzava nel cielo, abbracciati alla sua sposa che, affranta, col braccio alzato, lo salutava. Seria, senza piangere.
La traversata era dura, così stipati, e i milioni di chilometri passavano lenti. Per fortuna non avevano incontrato tempeste solari. Anche loro, altrimenti, sarebbero periti lungo la rotta, come già successo ad altri.

Ed ecco finalmente laggiù, tanto vicino da toccarlo, ma ancora così lontano, un globo azzurrino, evanescente come un miraggio: la Terra promessa.
Tutti volevano vedere, festanti; tutti si agitavano scomposti nell’Astrocargo, gremiti intorno ai decrepiti videfon.
Lo scafista urlò in quel suo galattico ostile, li minacciò col fotofusore e il breve tumulto si acquietò.

Adesso lui, migrante clandestino come tanti lì dentro, era più sereno, aveva la nuova vita a portata di mano. Tra poco avrebbe poggiato i piedi su quella Terra diversa e lussureggiante che lo avrebbe finalmente accolto. Eppure, nel fondo dell’animo una grande nostalgia lo prese stringendogli il cuore in una morsa dolorosa: non sarebbe più tornato nella sua Patria perduta dove aveva vissuto tutta la sua povera esistenza. Lì, dove avrebbe voluto morire, in pace.
Il suo odiato ed amato Pianeta Rosso.

Nella notte stellata di San Lorenzo scintille danzavano in cielo, le Sue lacrime.
La Terra attraversava le Perseidi e le loro scie luminose si susseguivano accendendo i desideri degli innamorati.
Una trapassò rapida il piccolo Astrocargo, creando un nuovo rosso fuoco d’artificio.
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L'intervista semiseria

"A proposito di Maximilian ... dialogo intervistato ai due autori ... raccontato da uno dei due"
Cecco (Francesco Martino) - Correva l'anno ....
Peppe (Giuseppe Cristiano) - Che fai parli al passato?
C - No, era per creare l'enfasi.
P - Meglio di no, guarda, noi scrittori del genere fantastico passiamo già per mezzi paranoici, prova un'altro inizio.
C - Vabbeh .... allora ..... una sera di dicembre dello scorso anno ....
P - Ecco, vedi! Così va già bene.
C - Oh che bello ... allora ... dov'ero rimasto ... ah, sì, dicembre dello scorso anno ....
P - L'hai già detto questo ...
C - Lo so ma se non finisco qua andiamo avanti fino alla notte dei tempi.
P - Sono d'accordo con te, vai pure.
C - Avanti fino alla notte dei tempi?
P - Beh, se vuoi, ma posso farti compagnia fino ad un certo tratto ... poi avrei alcune cose da fare.
C - Che fai sfotti? E meno male che l'intervista è dal mio punto di vista.
P - Mmmhhh.....
C - Che c'è, non ti senti bene?
P - No .... fame!
C - Ma se abbiamo mangiato poco fa!
P - Appunto ... ecco perchè ho ancora fame, il ricordo è troppo vicino.
C - Ah .... allora sarò breve, ok?
P - Va bene, vai pure non preoccuparti.
C - E andiamo allora .... dunque l'idea era una delle tante non realizzate che avevi nel cassetto, me la mandasti tra una mail e l'altra ed io te la rimandai con qualche variante che mi era venuta sul momento.
P - Sì, esatto.
C - Poi tu il giorno dopo mi telefonasti dicendomi se me la sentivo di proseguire il progetto a quattro mani, ricordi?
P - Sì, sì, mi ricordo.
C - A gennaio feci il mio primo volo aereo Roma-Stoccolma e ti raggiunsi ed in due giorni buttammo giù il soggetto del primo episodio e le idee di base per i successivi ... e si cominciò da subito a scrivere.
P - Era buona la pasta al tonno che ci preparammo.
C - Ma pensi solo a mangiare ... comunque hai ragione proprio buona, e ci mettemmo anche una scatola di pelati ... anzi no era polpa di pomodoro se non ricordo male.
P - Sì era proprio quella, alla prima occasione dobbiamo rifarla.
C - Eh sì, quando si parla di mangiare mi trovi sempre favorevole.
P - (nessun commento e mano destra a massaggiare lo stomaco).
C - (nessun commento e mano sinistra a massaggiare lo stomaco).
P - Hai già finito?
C - Eh? ... No, no, chiudo subito che è venuta fame anche a me.
P - Ok.
C - Allora per farla breve il primo l'abbiamo già scritto ed il secondo è sulla buona strada, ed intanto si è aggiunta qualche altra idea, previsioni?
P - Mah l'estate è ormai finita quindi non è che ci si deve aspettare chissacchè dal tempo.
C - Che fai sfotti un'altra volta.
P - Ma se mi hai chiesto tu le previsioni?
C - Ecco ... appunto ... sarà la fame ... vabbeh, allora penso che posso chiudere per tutti e due dicendo che la cosa più bella è credere sempre in quel che si fa e se questo viene da comuni passioni è difficile che venga male.
P - Beh, hai detto tutto bene, allora potevi farla da solo l'intervista.
C - E perchè? Secondo te che ho fatto? Vabbeh, dai andiamo a mangiare che mi è venuta nuovamente fame.
P - Ok, ma mi sa che la polpa di pomodoro è finita.
C - Mmmhhh ... c'è l'hai la passata?
P - Sì quella quanta ne vuoi.
C - Allora stiamo a posto ... vai col tango e buon appetito a tutti!